| Pubblicato su: | Hermes, anno I, fasc. 2, pp. 94-97 | ||
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| Data: | 2 febbraio 1904 |

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Da una cupa prigione di carne noi veniamo al mondo, o amico e fratello mio. E appena liberati noi vogliamo edificare una prigione nuova; una prigione più terribile, un carcere di spirito. Fanciulli, noi cresciamo lavorando colle nostre mani impazienti ad elevare alte le mura; ogni giorno accumuliamo le pietre, ogni lacrima ci serve di cemento, ogni dolore ci fa più solitari, ogni scoperta più lontani. Con occhi di sogno ci serriamo nella nostra persona, come in una casa fedele.
E giunti all'adolescenza la nostra prigione, la nostra fortezza è compiuta, e solo qualche madre o qualche amante cerca per gli spiragli degli occhi di penetrar nella muda. E incomincia la vigilia dolorosa. All'anima crescon le ali ma lo spazio si restringe. Chinatevi su qualcuna di queste anime e sentirete il loro sbattere sotterraneo, inutile e furioso. L'occhio si fa più atto alla luce, ma la luce va mancando. La voce cerca i primi accordi e intorno nessuno l'ascolta più, nessuno la comprende più. Le lacrime scendono e nessuno le scorge, le ire scoppiano e nessuno se ne spaventa. Il cerchio si va serrando, le feritoie si chiudono, la fortezza si sprofonda e pare che si trasformi in caverna. Allora noi siamo asserragliati e attanagliati dentro questa fortezza e questa prigione. Nessuna finestra e nessuna porta, nessun cielo che non sia sognato, nessuna luce che non ti venga dal colpire colla mano le tue pupille. Sei chiuso come una monade, segreto come una cella, muto come un vecchio felino che non abbia più speranze nell'intelligenza degli uomini. E nell'oscurità, nel silenzio una voce ti ripete: Nessuno dirà quello che volevi dire. Nessuno saprà quello che hai saputo. Nessuno ti sarà compagno alla morte. E la voce della viltà ti sarà ausilio a nuove prostituzioni e tremerai dietro le tue mura, e vorrai fare una bella sortita e correre in braccio ai nemici. E allora ti
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adornerai e ti acconcerai, nel tuo pugno splenderà come fiamma di torcia il tuo più bel gonfalone, e ti porrai le vesti più variòpinte, le piume più ondeggianti, i ricami più fragili, le armi più forbite. E vorrai uscire al sole, alla terra, alla luce, alla libertà. Ti prenderà il fuoco messianico, si agiterà nel tuo petto lo spirito profetico di Ezechiello e di Gioacchino. E vorrai parlare ai tuoi simili, e li chiamerai alla tua casa come una femmina perduta, li alletterai colle stoffe e coi sorrisi. E ti prenderà per tutti un grande amore sconosciuto, un senso pazzo di materna tenerezza, uno struggimento che più tenta di placarsi più viene esasperato. E allora la maschera cristiana ti si modellerà sul volto, da sé, come una cera molle, senza che tu la fabbrichi e tu la cerchi. Vorrai rivelare la verità, la bontà, la grandezza, la ricchezza. Le parole ti verranno alla gola come nodi di pianto, ti sgorgheranno dalla bocca come acque instancabili, troverai la dolcezza che fa impallidire e l'invettiva che fa tremare. Le tue mani si eleveranno nell'aria come tronchi che promettono ombra malgrado la loro nudità, i tuoi capelli si agiteranno come una folla nell'ansia, il tuo corpo si farà alto come se volesse dominare sul monte o stendersi sulla croce.
Verranno allora al tuo capezzale notturno le ombre sacerdotali degli antichi rivelatori: vedrai Mosè ancor tremante del roveto ardente che protende le leggi terribili, vedrai Cristo che piange lacrime di viltà sotto gli olivi stanchi, vedrai Maometto cavalcar sulle sabbie, colla speranza feroce nel cuore. E tutti ti sembreranno fratelli e tu vorresti, come loro, incendiare un popolo, inebriare di sogni una razza, sconvolgere un mondo.
E i tuoi piedi cercheranno le montagne, la tua voce andrà in traccia delle moltitudini e vorrai essere solo e creatore. Ti parrà che da te incomincino nuovi tempi e nuove leggi, e guarderai sorridendo le immagini degli antichi dei e sarai tentato di rompere colle tue mani le vecchie tavole rinchiuse nei santuari.
Tutto questo sentirai quando la tua anima sarà colma, quando la caverna ove ti facesti grande ti sembrerà troppo angusta, quando ti parrà che dalla tua tenebra solitaria abbia ad uscire la luce. E ti sentirai allora simile a un Dio, e dirai che sei figlio d'Iddio, quando pur non ti senta l'animo di ucciderlo.
Così verrai al mondo, cavalcante, inneggiante, ricco di monili e di qualdrappe, fiero come un re, donatore come una cortigiana, gioioso come un pazzo di corte.
E allora spoglierai ogni veste e ogni parola ti sembrerà un suono vuoto, piccolo, ridicolo, un guscio vecchio, una spoglia immonda, un giocattolo inutile. E
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le tue bandiere cadranno giù nel fango, e le tue trombe saranno mute a ogni soffio e soltanto dei vecchi alberi, dondolanti sotto l'ira del vento, sembreranno scuotere il capo a compiangerti. Resterai nudo come un mendico, sradicato come un vagabondo in una steppa, disperato come chi fosse condannato alla vita eterna. Tutto avrai donato e tutto avrai perduto. Il sole non ti riscalderà più, acqua non varrà a dissetarti, l'aria sembrerà fuggire il tuo petto. E allora ricorderai la tragica scomparsa dei padri: di Mosè che si dice il chiamato da Dio e dispare senza che occhio umano più lo veda, e va nella solitudine a piangere sulla vanità della sua opera — di Cristo, che non piange, la notte terribile, per il vicino martirio, ma per la scoperta dell'inutilità della sua missione......
E anche tu saprai di aver voluto dare quello che non avevi: la verità - di aver voluto donare a chi non aveva vasi da raccogliere i tuoi doni — di aver parlato senza che nessuno ti comprendesse — di non aver compreso ciò che volevi dire.
L'ultimo giorno sarà venuto. La tua anima sarà come una città devastata, come una torre distrutta. E vorrai ancora scavare i profondi strati di cenere per ritrovare nel cuore del mondo qualche fiamma nascosta. Ma tutto sarà spento, tutto sarà freddo, nessuna favilla lingueggerà tra le rovine, nessun focolare si mostrerà da lungi a richiamo del pellegrino. Tutto sarà morto poiché tu sarai morto. E neppure avrai la forza di scavarti una bella tomba!
E lascia dietro le tue spalle, al di fuori della tua porta, gli enigmatici fantasmi, che tu chiamavi gli altri. Se vuoi essere non li dire tuoi simili. Per essere simile a loro tu devi essere altro, tu devi essere diverso da te, tendere delle reti, incappucciarti con strane fogge, ricoprirti di sudici mantelli. E pensa — terribile cosa! — che, forse, ognuno farà quello che tu sei forzato a fare, e ognuno si abbasserà per conoscere degli abbassati, si nasconderà per trovare, dei nascosti, andrà in maschera per riconoscere dei mascherati! Allora non ridere più della tua follia, non odiare le tue parole, non maledire la tua impresa. C'è ancora tempo per ben morire.
Nella tua fortezza tu rientrerai nudo, ma quanto sarà più forte questa tua nudità dell'antica ricchezza! Fuori tu avrai gettato quello che ti gravava di più, tutte le tue apparenze e tutte le tue sognanti speranze. Quello che ti stringeva e quello che ti divorava tu non l'hai più: lo perdesti fra gli sterpi delle siepi che rovesciasti e nelle acque fangose dei fiumi che tu varcasti.
Innanzi tu volevi dire e ora sai che nessuno può dire ma solo suonare; prima tu volevi entrare nell'anime altrui ed ora tu sai che ogni anima è sola, innaccessibile, impervia, come la tua stessa, o amico e fratello mio. E se volevi dominare tu sai che niente può divenir tuo giacché tutto è tuo.
A questo momento la caverna nella quale sei tornato dall'esilio fragoroso non ti sembrerà più stretta e tenebrosa. Ogni giorno si andrà slargando, ampliando,
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come se qualche gigante volesse romperne con rabbia le pareti. E cesserà nel tuo occhio la distinzione biblica della luce o della tenebra. Non comprenderai più quello che da fanciullo ti dissero della notte e del giorno. Avrai passato i confini delle coppie scolastiche. E la caverna si dissolverà poco a poco, come una corona di nebbia, come una muraglia d'incanto e un mondo che tu non sai e non conosci, che non conoscerai ma vivrai, sarà il tuo appannaggio regale. E un giorno, in questo mondo di silenziosa vita, un gran serpente smagliante e voluttuoso ti mostrerà aperta la bocca per farti vedere la sua lingua mozzata. L'antica debolezza, l'antica viltà sarà vinta. Eva morrà, non più tentata dalla parola insidiosa, non più nutrita dei pomi morali dell'avaro orticultore giudaico.
E non farai nessun inno per celebrare questa tua vittoria!
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